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Un buco nella rete di recinzione

Quando avevo quindici anni giocavo a pallone in una squadretta oratoriale.
Ero un calciatore molto modesto, facevo il terzino oggi diremmo "fluidificante", allora significava potersi spingere qualche volta in attacco, sfidando le ire dell'allenatore che ci diceva di non superare la riga di centrocampo.
Per quanto modeste fossero le mie qualità tecniche avevo invece una gran voglia di giocare e non era sempre facile.
Anche nella mia squadra c'erano giocatori più bravi di me e non sempre ero tra i titolari.
Il nostro bravissimo allenatore, di nome Mario, però vedeva che ci mettevo impegno e correvo più degli altri e così mi faceva giocare.
Ma gli allenamenti erano solo due alla settimana e io avevo altri pomeriggi in cui volevo giocare.
Il campo dove ci allenavamo era tutto cintato con una rete metallica molto alta.
Per entrarci quando era inutilizzato sfruttavamo dei buchi nella rete. Non era facile ma la nostra voglia di giocare ci faceva superare quella barriera.
Altre volte andavamo in un campo il cui proprietario era il nostro incubo, ovviamente non voleva rovinassimo la sua erba da foraggio con le nostre partite ai dieci.
Si chiamava Jo e quando sentivamo arrivare il suo carro tirato da una vecchio cavallo era una fuga per tutti, recuperando i maglioni usati per fare la porta.
Lì incominciai a combattere per poter fare sport, combattere con chi non voleva lasciarcelo fare perchè all'epoca in fondo si considerava che solo i bravi dovevano giocare.
In fondo Jo aveva le sue ragioni ad opporsi alle nostre mire di emulare Anastasi e Boninsegna, ma c'erano altri a crearci problemi per usare campi adibiti proprio all'attività sportiva, che avrebbero dovuto avere le porte aperte per noi adolescenti con la passione del calcio praticato.
Quando iniziai a fare atletica scoprii che lì non dovevo lottare per il posto in squadra, che avrei gareggiato comunque perchè era uno sport individuale.
Ma le battaglie c'erano anche lì, contro chi voleva impedirci di fare sport o limitarci in qualche modo.
In particolare ricordo un periodo breve ma significativo alla fine dell'inverno del 1973.
In quell'epoca avevo ancora 17 anni ed ero juniores al primo anno.
Gli allenamenti della nostra società erano in tre giorni; il lunedì, mercoledì e venerdì più le gare.
Martedì e giovedì niente, niente impianto, spogliatoi e allenatori, niente.
Avevamo chiesto perchè e ci era stato risposto che in quei giorni l'impianto non era disponibile e non c'erano alternative. Durante i primi mesi di attività così tutti i martedì e giovedì dovevamo tenerci la voglia di correre per il giorno dopo.
La stagione delle campestri entrò nel suo pieno a inizio febbraio e una domenica disputammo a Pontecurone, in una ex cava, una gara regionale valida per il campionato di società. Abituati a partire in una ventina tra junior e senior, quel pomeriggio, ci colpì subito il gran numero di partecipanti, almeno il doppio del solito ed eravamo solo juniores. Arrivai decimo in quella gara, un mio amico dodicesimo e altri atleti della nostra società si piazzarono nei primi trenta.
Eravamo un gruppetto di sei amici, abituati ad allenarci assieme.
Due di noi erano senior e avevano vent'anni, c'era un allievo di sedici anni e tre juniores.
Formavamo un gruppo affiatato, unito dalla voglia di diventare corridori mezzofondisti.
L'idea di allenarci anche i due giorni di martedì e giovedì ci era già venuta, ma non sapevamo come fare. La palestra della società era usata da altri, la pista ci era negata addirittura dal comune.
Sembrava un problema senza soluzione, a meno di fare un "buco nella rete".
Il giorno della famosa campestre regionale a Pontecurone, mentre ci cambiavamo in un edificio scolastico, parlammo tra noi dell'esigenza di trovare una soluzione per fare qualche allenamento in più, per riuscire a correre anche il martedì e il giovedì.
Uno di noi conosceva un massaggiatore che faceva anche da magazziniere presso la locale squadra di calcio.
Si incaricò di informarsi e scoprì che quei due giorni in cui noi cercavano dove allenarci lui era negli spogliatoi dello stadio locale tutto il pomeriggio a mettere a posto maglie, tute e scarpe della squadra.
Così ci recammo da lui in delegazione, io e quello che lo conosceva, e gli chiedemmo se potevamo andare a cambiarci in quello spogliatoio per poi correre nelle zone vicine in quei due giorni.
La struttura era della squadra di calcio locale, neppure per ipotesi pensavano a un permesso ufficiale. Eravamo consci di chiedere un grosso favore e temevamo un rifiuto.
Quel nostro amico massaggiatore si chiamava Giovanni, era uno sportivo e vero appassionato di sport, non solo di calcio.
Seguiva ciclisti, pugili e altri sportivi e anche in atletica qualche conoscenza l'aveva.
Ci disse di andare a cambiarci lì e poi andare a correre nelle strade di quella zona, ma di non dirlo a nessuno perchè non era autorizzato a farci cambiare in quegli spogliatoi.
Non si doveva allargare la voce, eravamo in sei e sei dovevamo rimanere. Capimmo che era un favore speciale e gli fummo molto grati.
Ci accordammo per gli orari e per il giorno d'inizio di quella attività clandestina.
Non lo dicemmo a nessuno, quasi temevamo di essere scoperti nel tragitto o essere visti da qualche dirigente del calcio. La prima volta eravamo in cinque, mancava uno solo del gruppo.
Lo stadio era in una zona collinare e per raggiungerlo da casa mia dovevo fare tre km. a piedi con finale tutto in salita.
Anche gli altri avevano la stessa tratta da fare, anche loro a piedi, nessuno di noi aveva motorini o auto, con la borsa sportiva a tracolla.
All'epoca non ci ponevamo neppure il problema, alle 15,30 ci incamminavano e di solito ci trovavamo proprio sulla salita verso la collina dello stadio. Il nostro amico ci aspettava nello spogliatoio riscaldato dove ci cambiavano e andavamo ad allenarci in quella zona.
La pista non era agibile, chiusa da cancello con lucchetto e rete metallica, deserta ma inviolabile per noi.
Cos� dovevamo arrangiarci. Avevamo trovato un giro di asfalto con un breve saliscendi, proprio ai piedi dei ruderi del castello.
Dagli spogliatoi distava circa 600 metri.
L'avevamo misurato con una rotella da 20 metri ed avevamo scoperto che era di 420 metri.
Era quasi una pista anche se non tutta pianeggiante. Alle 16,00 eravamo pronti, cambiati e facevamo un pò di corsa lenta e poi lavori di fartleck, su distanze diverse, 1 giro, 2 giri e 3 giri veloci con recupero sempre un giro lento.
Finivamo dopo un ora circa e tornavamo a cambiarci. Il nostro amico ci preparava sempre un the speciale, caldo al punto giusto, dall'aroma amarognolo.
Non so come lo preparasse ma so che non ho mai più bevuto un the buono come quello. Non era un inverno molto rigido, alle 17,30 era piacevole essere li sotto la doccia calda a ripercorrere l'allenamento, a parlare con quel gruppo di amici quasi come fossimo dei carbonari.
Quando sentivamo arrivare qualcuno temevamo sempre fosse un dirigente o magari l'assessore allo sport.
Se ci avessero scoperto sarebbe finita quella attività e magari il nostro amico avrebbe avuto dei guai.
Ma per fortuna non capitò mai nessuno delle categorie che avrebbero potuto darci problemi.
Solo una volta entrò un tizio che scoprimmo poi essere il vicepresidente della squadra di calcio.
Salutò il nostro amico e chiese a uno di noi di che squadra facevamo parte.
Lui rispose juniores che era poi la verità e quello soddisfatto se ne andò. Tornavamo verso casa dopo aver salutato il nostro amico massaggiatore e ovviamente averlo ringraziato. Non dicevamo nulla ne all'allenatore ne agli altri compagni.
La nostra era un iniziativa nata dalla voglia di correre e senza autorizzazioni, ci sentivamo quasi dei contrabbandieri o comunque fuori dalle regole.
Era una compagnia di carbonari, ci sentivamo di sfidare le regole, di andare in un territorio a noi proibito.
Per me era un ritorno al tempo in cui con altri, passavo dai buchi della rete del vecchio campo di calcio per poter giocare in giorni in cui non si sarebbe potuto.
La cosa andò avanti per cinque settimane, poi arrivò la primavera.
La nostra società ottenne finalmente l'autorizzazione ad usare la pista, anche se ci furono grossi problemi con la società di calcio e col comune.
Anche lì battaglie ma finalmente vennero ampliati gli orari di allenamento.
Anche il martedì e il giovedì ci si poteva allenare, su quella pista di terra rossa che per mesi avevamo guardato da lontano, a noi vietata da cancelli e reticolati.
Di quelle cinque settimane da carbonari non parlavamo con nessuno temendo che la nostra presenza irregolare in quello spogliatoio venisse considerata negativamente e di creare guai al nostro amico Giovanni, il massaggiatore. Eravamo complici di un reato che ci sembrava gravissimo, aver fatto sport in un impianto in cui non potevamo entrare.
Ma tra noi sapevamo che avevamo vinto una piccola battaglia, contro chi faceva di tutto per limitare la nostra attività.
Avevamo fatto un buco nella rete ed eravamo riusciti a correre quando tutti cercavano di impedircelo.
Nessuno di noi sei divenne un campione per quelle cinque settimane di allenamenti clandestini, ma una cosa la imparammo, a superare le difficoltà quando qualcuno cerca di limitare la tua voglia di fare sport.
Quell'esperienza ci è poi servita altre volte perchè il problema di combattere preconcetti e pregiudizi nello sport non è mai stato del tutto debellato.
Ma noi eravamo dei carbonari e se non riuscivamo a passare dalla porta cercavamo altri varchi nella rete di protezione, cercavamo un buco nella rete.

Matteo Piombo

 
   

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