L'ultimo 400 (l'estate dei tigli)
Ogni anno a giugno, in un periodo variabile
tra la seconda e la terza decade, i tigli
vanno in fiore e nell'aria si spande un
aroma particolare che, fin da quando andavo
alle elementari, associo alla bella stagione.
E con l'estate questo profumo mi ricorda
le vacanze,i primi amori adolescenziali
e tanti momenti indimenticabili legati a
giugno.
Tra questi un fine settimana di corse in
pista a Pavia per un campionato di società
master. Era il 1987 ed ero ancora a tutti
gli effetti un mezzofondista, correvo infatti
abitualmente 800 e 1500. A fine maggio,
alla ricerca della forma, avevo ottenuto
4'34"1 sui 1500 a Novi Ligure vincendo
il provinciale amatori e 2'18"4 sugli
800, dove giunsi terzo. Mi ero cimentato
anche sui 400 nei campionati sociali facendo
un modesto 60"1 mentre sui mille avevo
fatto 3'01"9, entrambi tempi ottenuti
su una logora pista di tennisolite e senza
chiodate. Ma col mese di giugno ero entrato
in forma e sui 1500 ero sceso a 4'26"6
piazzandomi quinto in un meeting a Novi
Ligure. Sulla stessa pista avevo ottenuto
il terzo posto nei regionali M30 con 4'30"5
in un pomeriggio molto afoso, con clima
sfavorevole alla corsa, troppo secco con
aria irrespirabile. Era il 21 giunto e il
fine settimana seguente a Pavia si svolgeva
la finale Nord Italia del campionato di
società per amatori. La mia squadra
era discreta nel mezzofondo e fondo ma non
avevamo veri saltatori, lanciatori e velocisti.
Avevo già allestito due volte la
squadra per i campionati di società
assoluti su pista nel 1977 e 1978, esperienze
che mi avevano insegnato molto sulla gestione
di un gruppo di atleti e su come riuscire
a "coprire le gare" quando ti
mancano gli specialisti dei concorsi e degli
ostacoli. Decidemmo di partecipare e fui
io a stimolare gli altri verso quella manifestazione,
in realtà ero proprio io il più
motivato. L'ambizione era entrare tra le
prime dieci società ma non era affatto
facile.
Il sabato c'erano le gare della prima giornata
e io, per ragioni di punteggio, mi iscrissi
ai 400 piani. Fui inserito in quarta serie.
L'impianto di Pavia mi è sempre piaciuto,
immerso nel verde è rasserenante.
Non è come certe piste in pianure
desolate o circondate da alti palazzoni
che mettono in un clima di ansietà.
E in un impianto in cui ci si sente meno
oppressi è più facile sminuire
un pò il peso psicologico della gara
in pista.
Quel pomeriggio di fine giugno a Pavia l'aria
era piena del profumo dei tigli in fiore
e non mi sembrava nemmeno di avere la gara
da fare. Ma la sfida in realtà non
era facile. Avevo corso i 400 metri dai
19 ai 21 anni con un personale di 54"0.
Ma poi dal 1979 in avanti mi ero dedicato
a distanze maggiori e tornavo a fare il
giro di pista in gara dopo diversi anni.
Il mio unico riferimento era quel 60"1
del campionato sociale, su una pista in
tennisolite in pessime condizioni due settimane
prima. Partirono le prime serie, con atleti
che viaggiavano sopra il minuto. Finalmente
venne chiamata la mia e mi ritrovai insieme
a 5 ragazzi di 20-22 anni, palesemente a
loro agio con blocchi e partenza veloce.
In quel momento pensai che potevo anche
fare una brutta figura. Quelli magari correvano
in 52-53 secondi e io finivo ultimo, nettamente
battuto da tutti. Mentre preparavo il blocco
di partenza (ed erano almeno 9 anni che
non facevo una gara di velocità,
col numero fissato dietro e non davanti)
guardavo i miei avversari come si comportavano.
I più avevano il tipico atteggiamento
del velocista, prima del via. Non guardavano
nessuno, come fossero unici partenti. Un
modo di fare che avevo avuto anche io in
passato, proprio per concentrarsi solo sulla
propria gara e non farsi condizionare. Io
invece li guardavo un pò per capire
se almeno uno potevo sperare di batterlo.
Di sfuggita anche loro guardavano me, avevo
32 anni ed ero già calvo, quindi
forse potevano darmi anche un età
maggiore di quella reale. Sicuramente non
mi vedevano come avversario temibile. Finalmente
lo starter ci chiama e ci prepariamo, sono
fortunato perchè parto in seconda
corsia, una delle migliori sui 400. Possono
controllare l'avvio di almeno 4 rivali e
non sbagliare il passo. Quando viene chiamato
il primo comando ("ai vostri posti")
scatta qualcosa in me e torno ventenne a
correre i 400 ricordando la magica finale
di Monaco 1972 e gli americani Matthews
e Collett. Mi sento quattrocentista, modesto
nei tempi ma pronto alla sfida, senza più
nessuna paura di nessun avversario. Saranno
più forti di me forse ma anche loro
devono temere me e la mia esperienza. Quando
aggiusto gli appoggi delle mani, il "castello"
delle dita che dovrà sorreggermi
quando arriverà il secondo comando
("pronti") ritorno a vecchi rituali,
a vecchie gare, a un età diversa.
L'odore dei tigli è nell'aria, il
mio personale su questa distanza l'ho fatto
più volte in questo periodo, tra
fine giugno e inizio luglio. Il secondo
comando ci fa alzare tutti e rimanere in
quella difficilissima posizione, in cui
sembra che una sola foglia possa farci scattare.
In cui la falsa partenza è facile
se lo starter ritarda un attimo il fatidico
sparo. Ma stavolta il famoso berretto rosso
è indossato da un giudice capace
e dopo i brevissimi secondi previsti arriva
il liberatorio colpo di pistola. Li si entra
in una altra dimensione, la tensione racchiusa
in noi esplode e partiamo, niente tattiche
o attese, niente distribuzione dello sforzo,
niente di niente, solo correre veloci più
che si può. Nelle corsie esterne
vedo che il divario resta uguale quando
entriamo nel primo rettilineo e l'obiettivo
e non farmi staccare troppo. Ma nella seconda
curva appaio due atleti in terza e quarta
corsia e avvicino i due più esterni.
Il momento fatidico dei 400 è quando
entri nel rettilineo d'arrivo. Li la decalance
scompare e capisci chi è davvero
davanti. Ci presentiamo in tre, quasi appaiati,
a quel punto non c'è più nulla
dentro, le gambe diventano pesanti e arriva
il terribile "debito d'ossigeno".
Gli altri sono nella mia stessa condizione,
lo so bene, muoviamo tutti le braccia come
per evitare di imballarci, per favorire
in qualche modo un azione più sciolta.
Tutto il rettilineo lo facciamo quasi appaiati
e sugli ultimi metri ci buttiamo verso il
traguardo abbassando le spalle. Il tipico
arrivo da velocisti, cercando di battere
gli altri di qualche centimetro.
E su quel traguardo siamo in tre a cercare
il tempo migliore. Non si sa chi ha vinto,
siamo praticamente insieme, ma io sono ugualmente
contento, non ho sfigurato con questi giovani.
E vedo che mi guardano con una certa ammirazione,
uno viene a stringermi la mano, come si
fà a volte dopo una fiera battaglia.
L'altro mi fà un cenno come dire
"avversari ma non nemici", anche
quello un atteggiamento già vissuto
dopo gare simili. Il risultato arriva dopo
qualche minuto e io sono classificato secondo
col tempo di 58"1. Il vincitore viene
accreditato di 58"0 e l'altro arrivato
insieme ha il mio stesso tempo. Gli altri,
della mia società, fanno tutti bene
sui 1500, nel lungo e nel peso. Alla fine
siamo undicesimi ma con pochi punti da tre
società che ci precedono. La domenica
potremo recuperare. Alla sera esco a vado
con degli amici al cinema a vedere il film
"stand by me", in cui, nella colonna
sonora c'è quella celebre canzone
degli anni cinquanta. Il giorno dopo ho
poi fatto 800 e la frazione di 400 metri
della staffetta svedese. Negli 800 faccio
2.11.7 e nella staffetta ci comportiamo
bene. Torniamo al pomeriggio soddisfatti.
A me in particolare resta un ricordo del
mio 400 in cui per circa 58 secondi sono
tornato ventunenne.
Matteo Piombo