Yellow River (Due giri di pista)
Ogni atleta ama una gara in particolare,
ha una distanza che in qualche modo racchiude
più delle altre la sua passione,
la vera essenza del correre. Per me sono
sempre stati gli ottocento metri, i due
giri di pista. In quella distanza c'è
la mia personalità, il mio essere
atleta e anche se forse ho ottenuto tempi
migliori sui 1500 sono gli ottocento la
distanza che più amo.
Ed ho anche una data in cui questa passione
è iniziata, come in una vera storia
d'amore. Il primo di giugno.
Il primo di giugno del 1974 dovevo correre
a Novi Ligure un 800, ero juniores secondo
anno ed avevo quindi diciannove anni.
Il mio primato sugli 800 era allora 2'19"0
ma quella distanza non l'avevo ancora ben
capita, non l'avevo compresa.
In quella primavera, seguendo il consiglio
del mio professore di ginnastica (ex velocista)
avevo migliorato la mia velocità
di base e correvo i 200 in 25"9 e i
400 in 59"4. Mi sentivo pronto per
affrontare il doppio giro di pista seriamente.
Quel pomeriggio in un bar vicino allo stadio
sentivo una canzone suonare, non era recente,
ma mi rimase in testa tutto il giorno. Era
Yellow River e ancora oggi quando la sento
mi ricordo quell'ottocento di sabato pomeriggio.
Era un giorno decisamente estivo e faceva
caldo,la scuola stava finendo e io avevo
l'esame a metà mese.
La pista su cui correvamo era in tennisolite,
come quella su cui solitamente mi allenavo
ma più vecchia, aveva le righe delle
corsie segnate ancora con la calce e non
con strisce di plastica .
Sembrava di correre su un impianto del diciannovesimo
secolo per certi versi.
Eravamo 16 concorrenti e venimmo divisi
in tre serie.
La prima era coi migliori tempi, io ero
nella seconda.
Guardai con attenzione chi partiva prima
di me, anche perchè non avendo molta
esperienza non sapevo il passo giusto.
Ci furono delle polemiche in quella prima
serie, un atleta era passato in 1'01"
ai 400 e un altro si era ritirato lamentando
un ritmo troppo lento.
Finirono in 2'04"9 i primi due appaiati.
Il secondo classificato era della mia società
e con lui mi allenavo da alcuni mesi. Li
guardai discutere su quel passaggio "troppo
lento" e mi preparai a partire, in
corsia.
Si faceva tutta la prima curva e poi si
rientrava alla corda.
Io ero nella prima corsia e avevo tutti
gli avversari davanti, sembravano lontanissimi,
soprattutto i due in quinta e sesta. Mi
sembrava partissero in vantaggio. Allo sparo
quello in seconda si mise in moto velocissimo
e mi accorsi subito che aveva preso un vantaggio
maggiore di quello della partenza. Cercai
di reagire, la curva sembrava infinita e
quando era oltre la metà mi accorsi
che stavo recuperando.
In effetti entrai nel rettilineo con uno
svantaggio di pochi metri, ma ero secondo
e sentivo dietro di me tutti gli altri,
vicinissimi. Le ombre sul campo di calcio
mi indicavano che avevo un vantaggio molto
modesto.
Ma io pensavo a quello che guidava la gara,
un tipo tarchiato, con un fisico non proprio
longilineo. Al passaggio sul traguardo sento
gridare il tempo ai 400 "uno e cinque"
ma allora per me non significava molto,
nella prospettiva del secondo giro che dovevo
affrontare, con tutte le sue incognite.
Mi sentivo ancora molto reattivo e decisi
di attaccare, passai il battistrada decisamente
una trentina di metri dopo, e mi portai
al comando. Avevo seguito un pò l'istinto
in quella decisione e scoprii dopo, quando
gli ottocento divennero una delle mia gare
preferite, che è una corsa in cui
l'istintività a volte premia. A quel
punto della corsa non avevo più nessun
dubbio, volevo provare a vincere la serie
senza paure o tatticismi. E credevo che
spingere a tutta fosse la tattica giusta.
Ero davanti a tutti, ero al comando, sentivo
gli altri dietro che cercavano di raggiungermi
ma le forze non mi mancavano. Nel rettilineo
opposto all'arrivo forse fù il momento
in cui mi sentii davvero che avrei vinto
quella serie. Le gambe giravano, le braccia
mulinavano nell'aria, nessuno mi avrebbe
ripreso, ne ero convinto. Ma appena affrontai
la seconda curva sentii dietro avvicinarsi
il passo di un rivale. Mi era molto vicino
e a metà curva circa mi affiancò
e poi passò davanti. Non volevo lasciarlo
andare ma non riuscivo a cambiare passo.
Entrai dietro nel rettilineo di arrivo e
capii che non ce l'avrei fatta a vincere.
Ma almeno potevo cercare di stargli vicino.
Negli ultimi metri mi abbassai come un velocista
e a tenermi il secondo posto. Il mio amico,
che aveva vinto la prima serie in 2.04.9,
mi disse che avevo fatto una bella gara.
Ero passato ai 600 in 1.39.5 e secondo lui
ero poco sopra i 2.13 come tempo finale.
Difatti al comunicato dei risultati il vincitore
risultò aver fatto 2.11.0 e io 2.13.5.
La terza serie partì di lì
a pochi minuti ma era scarsa, fù
vinta in 2.23, io l'avrei dominata ma non
importava. Ero quinto nella classifica totale
e primo juniores. Ma soprattutto da quel
giorno ero un ottocentista. Quella sera
uscii con gli amici e sentii ancora "Yellow
River" in un juke box, misi io quella
canzone per tre volte di fila, provocando
qualche protesta. Ma ogni volta che la risentivo
mi sembrava di essere su quella pista di
terra rossa ai 430 e andare via, portarmi
al comando e credere di poter vincere la
mia serie. Tre settimane dopo, a Genova,
sulla pista viola di Villa Gentile, ottenni
sempre sugli 800 il tempo di 2.10.4 passando
ai 400 in 1.03.5 e ai 600 in 1.35.0. Tornando
in pulmino l'allenatore che forse fino a
quelle due gare non aveva creduto molto
nelle mie qualità di mezzofondista
veloce, mi disse "hai fatto un ottima
gara, gli ottocento sono diventati una tua
distanza". Sono passati 35 anni da
quel 1 giugno 1974, ho corso molte volte
gli ottocento, arrivando a farli in 2.04.1
nel 1976. Speravo di andare sotto i fatidici
2 minuti, me non ci sono mai riuscito. Qualche
volta ho anche vinto sui due giri di pista
e tra queste due titoli regionali che ancora
ricordo benissimo. Ancora oggi quando posso
li faccio, molto, molto più piano
di allora. Ma con lo stesso spirito, con
la stessa grinta di quel sabato pomeriggio
di giugno. E soprattutto con lo stesso coraggio
che ai 430 metri mi spinse a mettermi al
comando e cambiare ritmo. Ed è in
fondo questa la caratteristica principale
di un vero ottocentista, il saper seguire
l'istinto nel momento giusto.
Matteo Piombo